di Flaubert che illustra i tanti risvolti della medicina quando punta al guadagno e al successo invece che al benessere del paziente.
... “Egli” dell’incipit sarebbe il farmacista che voleva che il medico, marito di madame Bovary, eseguisse una operazione (con un nuovo metodo vantato su un manuale) sul giovane zoppo del villaggio affinché potesse camminare normalmente.
Ora vi lascio gustare il brano :-)
“ Egli aveva letto recentemente di un nuovo e vantato metodo per la cura dei piedi storpi, ed essendo un fautore del progresso si era messo in mente la campanilistica idea che Yonville, per essere all’altezza dei tempi, avrebbe dovuto sperimentare questi interventi di ortopedia. “Tanto” disse a Emma “che cosa rischiamo?”
Stia a sentire: (ed enumerò sulle dita i vantaggi del tentativo) successo quasi sicuro, sollievo e vantaggi estetici per il malato, fama subitanea per il chirurgo. Perché suo marito, per esempio, non dovrebbe desiderare di liberare il povero Hippolyte del Leon d’Oro? Tenga presente che quell’uomo non mancherà di raccontare la sua guarigione a tutti i viaggiatori di passaggio, e poi (Homais abbassò la voce e si guardò intorno circospetto) chi mi impedirà di mandare al giornale un trafiletto sull’argomento? Eh, mio Dio! Un articolo gira...se ne parla...finisce per diventare una valanga! E chi può mai dire? Chi può dire?
In verità Bovary avrebbe potuto riuscire; nulla lasciava sospettare a Emma che egli non ne fosse capace, e quale soddisfazione sarebbe stata per lei averlo spinto a un passo che avrebbe potuto accrescerne la reputazione e l’agiatezza. Emma non desiderava altro se non basare le proprie aspirazioni su qualcosa di più solido dell’amore.
Charles, sollecitato dal farmacista e dalla moglie, si lasciò convincere. Si fece mandare da Rouen il volume del dottor Duval e tutte le sere, con la testa fra le mani, si immergeva in questa lettura.
Mentre studiava il piede equino, il piede storto in dentro, il piede valgo e cioè la strefocatopodia, la strefendopodia e la strefexopodia, (o, per meglio dire, le differenti malformazioni del piede) insieme con la strefipodia e la strefanopodia, il signor Homais, per mezzo di una serie di ragionamenti, cercava di convincere il mozzo di stalla dell’albergo a farsi operare.
“Non sentirai, forse che un piccolissimo dolore, una puntura come per un modesto salasso, meno che per l’estirpazione di certi calli.”
Hippolyte rifletteva, guardandosi intorno coi suoi stupidi occhi.
“Del resto,” riprendeva il farmacista “la cosa non mi riguarda! Lo dico per un senso di umanità nei tuoi confronti. Vorrei vederti, amico mio, liberato da quella orribile claudicazione, con quel dondolio della regione lombare che, per quanto tu possa dire, deve nuocerti molto nel tuo lavoro.”
A questo punto Homais gli faceva presente come si sarebbe sentito più forte e più in gamba, e gli lasciava capire che avrebbe avuto più successo con le donne: il mozzo di stalla sorrideva goffamente. L’altro cercava di stuzzicarne la vanità.
“Ma che razza di uomo sei, perbacco? Cosa avresti fatto, allora se avessi dovuto fare il servizio militare e andare a combattere sotto le bandiere?...Ah Hippolyte!”
E Homais si allontanava, dichiarando di non capire certe ostinazioni e una tale cecità di fronte ai benefici della scienza.
Il disgraziato cedette. Perché fu quasi una congiura, alla quale presero parte Binet, che non si occupava mai degli affari altrui, la signora Lefrançois, Artémise, i vicini, addirittura il sindaco; tutti , in una parola, lo esortarono, gli fecero prediche, lo svergognarono. Ma l’argomento decisivo fu che non avrebbe pagato un soldo. Bovary si sarebbe preoccupato perfino di procurare l’apparecchio per l’operazione. Era stata di Emma l’idea di tanta generosità e Charles aveva acconsentito, sempre più convinto, in fondo al cuore, che sua moglie era un angelo. Con i consigli del farmacista e ricominciando daccapo per tre volte il lavoro, fecero costruire dal falegname, aiutato dal fabbro, una sorta di cassetta pesante circa otto libbre, nella quale non si era fatta economia di ferro, legno, latta, cuoio, viti e bulloni.
Tuttavia, per sapere quale tendine si dovesse recidere a Hippolyte, bisognava conoscere prima che specie di piede zoppo avesse.
Il piede di lui formava con la gamba una linea pressoché diritta, e questo non gli impediva di essere anche un poco distorto verso l’interno, per cui si trattava di un piede equino un po’ varo, o, se si preferiva, di un piede varo con forti caratteristiche equine. Ma, pur con questo piede equino, largo proprio come la zampa di un cavallo, con la pelle rugosa, i tendini secchi, l’alluce grosso, le unghie nere simili ai chiodi di un ferro di cavallo, lo strefopodo dalla mattina alla sera, trottava come un capriolo. Lo si vedeva di continuo in piazza saltellare intorno ai carretti, gettando avanti il suo sostegno inconsueto, il quale sembrava perfino più vigoroso di quello sano. A forza di essere utilizzato, aveva acquistato quasi delle qualità morali di pazienza e di energia tali che, quando il suo proprietario doveva compiere un lavoro particolarmente pesante, si appoggiava di preferenza proprio sull’arto storpio.
Dal momento che si trattava di un piede equino, bisognava recidere il tendine di Achille, salvo poi intervenire in seguito sul muscolo tibiale anteriore per eliminare il difetto che portava il piede a spostarsi in dentro. Il medico, infatti, non osava rischiare in una sola volta due operazioni, e addirittura già tremava per la paura di incidere qualche parte importante e a lui sconosciuta.
(...) (((-- termine aggiunto da me per riassumere il pezzo omesso-- )))
--Nessun luminare-- poteva essersi sentito il cuore così agitato, la mano tremante, i nervi tesi come Bovary nel momento in cui si avvicinò a Hippolyte con il tenotomo stretto tra le dita. (...) Charles incise la pelle, si sentì uno scricchiolio. Il tendine era reciso, l’operazione finita. Hippolite sembrava sbalordito per la sorpresa, si protendeva per coprire di baci le mani di Bovary.
“Suvvia, calmati” disse lo speziale. “Dimostrerai più tardi la tua riconoscenza.”
E uscì per comunicare l’esito ai cinque o sei curiosi che stazionavano nel cortile, i quali si aspettavano di vedere Hippolyte ricomparire camminando senza più zoppicare. Poi Charles, dopo aver sistemato il suo paziente nell’apparecchio meccanico, tornò a casa, ove Emma lo aspettava sulla porta, piena di ansia. Gli gettò le braccia al collo e poi si misero a tavola. Charles mangiò molto e volle bere addirittura, dopo la frutta, una tazza di caffè, un lusso che si concedeva soltanto la domenica, o quando aveva ospiti.
La serata fu deliziosa, piena di chiacchiere, di comuni speranze. Parlarono di futura agiatezza, dei lussi che avrebbero potuto permettersi. Charles già vedeva crescere la propria notorietà, aumentare il benessere della famiglia; sua moglie l’amava ancora e si sentiva felice di essersi purificata in un sentimento nuovo, pulito, migliore, felice di provare finalmente qualcosa di simile alla tenerezza, per quel brav’uomo che l’aveva sposata. Per un momento il pensiero di R. le attraversò la testa; ma i suoi occhi si posarono di nuovo su Charles: notò con sorpresa che egli aveva dei bei denti.
Erano a letto quando il signor Homais, ignorando la domestica che cercava di trattenerlo, entrò d’improvviso in camera, tenendo tra le mani un foglio fresco di inchiostro. Era l’articolo che intendeva mandare al Faro di Rouen per rendere pubblica la notizia. Voleva che lo leggessero.
“Lo legga lei” disse Bovary.
Egli lesse l’ampolloso articolo.
Ma tutto ciò non valse a impedire che, cinque giorni dopo, mamma Lefrançois arrivasse allarmatissima gridando:
“Aiuto, muore...Mi sento impazzire!”
Charles si precipitò verso il Leon d’Oro e il farmacista, che lo vide attraversare la piazza senza cappello, uscì di corsa dalla farmacia. Giunse anch’egli all’albergo ansimante, rosso in viso, preoccupato, e domandò a tutti quelli che stavano salendo le scale:
“Che cos’ha il nostro interessante strefopodo?”
Lo strefopodo si torceva, in preda a convulsioni atroci, tanto che l’apparecchio in cui gli avevano imprigionato la gamba batteva contro il muro come se volesse sfondarlo.
Con grandi precauzioni, per non spostare l’arto dalla giusta posizione, tolsero la cassetta e si presentò allora ai loro occhi uno spettacolo spaventoso. La forma del piede scompariva in un gonfiore tale da dare l’impressione che la pelle sarebbe scoppiata da un momento all’altro e quasi
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