venerdì 2 maggio 2014
MEDITARE STANDO AFFACCIATI
Nel suo manuale filosofico destinato alla figlia, al capitolo dedicato alle varie forme di meditazione, Tumis si esprime in questi termini:
“Se fossi una scia della cometa che è Proust, o se volessi esprimermi “alla Proust”, potrei fare una carrellata delle mie finestre...o più esattamente dei miei “affacci” preferiti. E perché no? dato che mi è venuta questa improvvisa ispirazione procedo.
Ci sono sempre stati balconi e finestre dai quali mi affacciavo solo per compagnia di qualcun altro già affacciato che mi chiamava per chiacchierare: in questo caso non lo facevo per contemplare la vista che si offriva, bensì per polarizzare la mia attenzione sul soggetto già affacciato accanto a me. Non si trattava di balconi o finestre che avrei scelto per starci da sola in contemplazione.
Quelli che mi interessa esaminare ora sono piuttosto gli affacci che svolgevo e svolgo ancor oggi da sola, per guardare la vista che mi si offre senza pensare a nulla oppure pensando in modo passivo in una sorta di contemplazione. Se esiste una definizione valida per la meditazione per me è questa: osservare un panorama gradevole o un’immagine gradevole rimanendo senza pensieri o per lo meno senza pensieri che riguardino la mia vita, lasciando vagare la mente senza scopo e senza attenzione, in una sorta di trance tuttavia perfettamente sveglia.
Quando ero piccola il luogo da cui adoravo affacciarmi era un balcone situato sul lato posteriore della casa detto “la bouvette”, in quanto spesso in estate ci si cenava facendo un bouffet allestito in pochi minuti. Questo balcone dava in un cortile ed in genere non si vedevano persone ma solo il cortile ed i tetti delle case di fronte. Un panorama forse modesto ma sereno quanto bastava alle mie esigenze. Mi appagava osservare gli uccellini che si posavano sui tetti , qualche luce che si accendeva in qualche finestra in lontananza al tramonto.
Sempre nello stesso periodo, c’era la finestra della mia cameretta. Tutta la casa era disposta lungo una via in modo tale che tutte le finestre ed i balconi affacciavano da quel lato, tranne la bouvette che, formando un angolo, si affacciava anche su una via perpendicolare e il salotto che affacciava su una micro-piazzetta...ma trascorrere il proprio tempo libero in salotto a quei tempi non si usava, specialmente per i bambini senza la presenza di un adulto. I bambini, per definizione, erano portatori di disordine per cui non potevano cincischiare ovunque, bensì solo negli spazi consentiti. Eppure affacciarsi dalla finestra della sala da pranzo, o delle stanze successive, non faceva per nulla lo stesso effetto che affacciarsi dalla mia stanza. Solo da quella finestra infatti si vedeva una zona di case un po’ trasandata ed un minuscolo cortile dove era la casa del calzolaio. Poco dopo c’era un portoncino che, se passavo dalla strada, quando si apriva lasciava intravedere un giardinetto. Ecco che dalla mia camera si vedeva dall’alto tutto il giardinetto e quella vista mi piaceva moltissimo. Inoltre essendo in un secondo piano di una casa settecentesca dai soffitti molto alti, potevo vedere un bel panorama di tetti che si estendeva ben oltre le immagini in primo piano che ho appena citato. Dalla bouvette e dalla mia stanza potevo passare circa un’ora affacciata in contemplazione. Mi piaceva e basta...non mi chiedevo il perché, né la cosa esigeva una qualche spiegazione. Certe mie abitudini mi sembravano normalissime anche se gli adulti potevano rimproverarmele come perdita di tempo o, peggio, come progettazione di qualche guaio domestico.
A Porto Quadrato ho trascorso invece la mia gioventù dai 14 ai 22 anni. Anche lì il mio affaccio preferito era quello della mia stanza; in questo caso però c’è da notare che era il preferito di tutti perché il mio era il balcone più bello, più grande e da cui si vedeva un gran panorama della città e soprattutto il mare in lontananza. Così pur affacciandomi spesso da sola, mi trovavo altrettanto spesso in compagnia di qualche familiare. Di tutti gli affacci, inoltre, questo era il più scomodo per la mia salute in quanto posto al dodicesimo piano di un palazzone e dotato di una ringhiera bassa, è stato spesso motivo di inquietudine e di vertigini. Dico solo che era il miglior punto di affaccio rispetto al resto della casa perché mi permetteva di stare ben lontana dalla ringhiera, vicino al muro, seduta vicino alle piante.
Dopo la laurea avevo girato diversi luoghi d’Europa per lavoro e quindi avevo abitato da single in case in affitto o camere condivise con altre donne al di fuori del contesto familiare; ma di tutti questi luoghi non ricordo finestre o balconi particolari. A 29 anni mi sono trasferita qui dove ho messo radici, dove in seguito sei nata tu. Inizia qui la mia vera vita da persona adulta...adulta nel senso di avere una casa mia, scelta da me, secondo le mie esigenze e possibilità. Naturalmente ho scelto come altezza massima il primo piano...si perché prendendo le distanze dalla casa dei miei genitori (sede di tanti ricordi e affetti per quanto riguardava l’interno, ma anche di tante vertigini e attacchi di panico per quanto riguardava l’esterno) mi resi finalmente conto di cos’era che non andava in quella casa: l’essere al dodicesimo piano! per quei lunghi anni i miei affacci sono stati circa un quarto di quelli fatti in precedenza. Inoltre in quella fascia di età, anche un’orsa come me ha maggiori esigenze di socializzare, uscire, conoscere gente...quindi non mi accorsi della diminuzione dei miei affacci solitari. Mi resi conto della loro diminuzione solo quando riebbi l’opportunità di farli alla vecchia maniera, come chi è stato a lungo in carcere, assaporando nuovamente la libertà si dica “caspita come ero limitato nei miei spostamenti in questi anni di carcere!”. Sotto certi aspetti, paradossalmente, la vita sociale è come un carcere per il proprio spirito dal momento che ci si sente obbligati a rapportarsi con gli altri secondo certe regole di buona educazione che costringono a rinunciare a gran parte di quel tempo che si vorrebbe trascorrere in solitudine.
Ma esaminiamo dunque gli affacci del periodo da adulta, quando il partner è in equilibrio stabile, il lavoro è in equilibrio stabile e la nuova priorità è il tempo libero, il prezioso tempo libero, ed insieme ad esso il modo di abitare. La prima casa non la considero trattandosi di un’angusta camera in centro, completamente priva di affacci in quanto aveva solo una finestrella vicino al soffitto nel bagno e una finestra piccola nel soggiorno-cucina che affacciava sulle scale interne del palazzo! Una casa che fungeva esclusivamente da dormitorio e che è durata non più di un anno. La prima vera casa è stata quella di campagna, durata 8 anni. Avevo molti affacci e tutti con vista stupenda. Il mio punto preferito era questa volta quello che si vedeva dalla finestra della cucina dove si stendeva un prato verde o color paglierino o ammantato di neve secondo la stagione. Un prato in pendenza, essendo la casa su un piccolo altipiano in modo tale che il panorama si vedeva in pendenza da tutti i lati. Da quella finestra contemplavo i gatti e le loro dinamiche sociali o la caccia solitaria che facevano alle loro piccole prede. Da quella finestra alcuni cespugli di erbe selvatiche che crescevano in uno stupendo disordine e che non c’erano sul lato anteriore della casa. Un punto di affaccio in cui ci si sentiva permeati da un gran senso di connessione con la natura, con l’universo e tutto quanto (per citare Adams!). Poi c’è stata la casa di città in cui il punto di affaccio che preferivo era la finestra del bagno in cui si vedeva un piccolo pezzo del giardinetto sul retro della casa e il muro del palazzo di fronte che però mi dava poco fastidio essendo intercalato da vari alberi; infine si vedeva molto bene l’incrocio delle due grandi strade principali. Dal punto di vista ecologico un disastro per lo smog ed il rumore delle macchine o le voci confuse provenienti dal bar sottostante. Ma potendosi affacciare la sera tardi o la mattina presto aveva per me un particolare incanto. In primo piano c’erano rose ed altri fiori, poi rami di alberi e solo sullo sfondo il grigio della strada. Con gli alberi che avevo di fronte potevo parlare in un discorso silenzioso e ozioso, senza scopo, solo per il gusto della contemplazione. Nei momenti di tristezza o angoscia questo mini panorama è stato di enorme conforto ... proferivo mentalmente un lamento, un disappunto e presto “loro” mi portavano lontano da quel ragionamento e mi ritrovavo a pensare che c’erano nuove gemme su un ramo o che una gazza si era posata, e trovavo tutto questo molto più importante della mia stupida vita; mi perdevo in viaggi molto visivi e ben poco mentali, in viaggi di cose che non mi riguardavano o, per meglio dire, mi riguardavano molto più delle dinamiche riferite alla mia personalità, al piccolo io; qui era in gioco il sé oppure “quelo” o in qualsiasi modo si possa chiamare!
Ora eccomi qui,nella casa dove tu sei nata e cresciuta. Il balcone dello studio è il più privato perché vi sono addossati due alberi e un roseto per cui non si vede facilmente l’interno da fuori mentre vi si può godere il fresco o il sole senza essere visti. E’ quello più vissuto per la grandezza, la comodità e la presenza delle piante. Ma lo considero come una stanza in più, non come un affaccio; infatti affacciarsi da li porta a vedere la strada in piena curva, circondata da case più alte della mia e senza particolari attrattive. Dal balcone del soggiorno si vede ancora una strada in tutta la sua lunghezza fino all’orizzonte. Il balcone della cucina è molto carino ma non mi ispira agli affacci solitari. Ed ecco che fin dal primo giorno ho potuto individuare la finestra del bagno come punto preferito. Si vedono scorci del giardinetto che attornia la casa, molti alberi e la casa di fronte con una magnifica grande scala esterna disposta a spirale. Mi sembra di avere di fronte la casa di marzapane delle fiabe! Ma a parte questo, ciò che conta è il magnetismo particolarmente benefico che si percepisce solo da quel punto! Non è stata una scelta calcolata, è stata piuttosto una percezione inequivocabile.”
Appare evidente come questa narrazione non riguardi fatti realmente accaduti e abitazioni ben precise realmente esistenti. Il mio augurio è che possa servire a facilitare il concetto che voglio esprimere invitandovi a meditare con questa modalità: affacciandovi da un punto preferito di casa vostra e lasciando vagare i pensieri come un sottofondo piuttosto sfocato, mentre focalizzate la vostra attenzione su ciò che vedete e sentite nel qui ed ora.
STOP
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Informazioni personali

- Marina Salomone
- Mi occupo di terapie olistiche dal 1983. Hobby principale il disegno: sono su Flickr sotto il nome di Marina Salomone
per chi fosse interessato a trattare questi argomenti in maniera più appofondita c' è sempre il mio sito web ufficiale: www.GurudiTamara.com
il mio "affaccio"preferito,sono le vetrate della mia grande cucina,che spaziano a 270 gradi:di fronte un campo pieno di alberi e fiori,limitato da un enorme pino(per abbracciare il tronco 2 persone!!),di fianco,uliveto e agrumeto con agavi e fichi d'india,c'è abbastanza per stare in contemplazione e seguire il volo degli uccelli e qualche rapidissima comparsa di conigli selvatici
RispondiEliminaun bacio e buon fine settimana
Ma che meraviglia!!!!!!meglio di così?!
RispondiEliminaQuanta magica saggezza nel saper essere contemplativi. Si può farlo anche in movimento: le mie migliori passeggiate sul lago sono quelle in cui riesco a far tacere tutte le voci dentro me, tutto il lavorio della memoria e della ragione, per arrivare a una fantastica unione con ciò che mi sta attorno: allora non si tratta più di guardare i gabbiani, i cigni i canneti o le folaghe, perché io SONO il gabbiano, il cigno, il canneto, la folaga...
RispondiEliminaè proprio ciò che si verifica nella meditazione anche se uno ad esempio non lo fa di proposito. In movimento in luoghi naturali è il top!!! ciao, a presto!!!
RispondiEliminaChe bello (e molto particolare) questo post sugli affacci, Marina! Forse non ho mai pensato all'importanza di questo gesto tanto naturale, eppure ne ha ...anche come forma di meditazione, come tu dici. Mi piace stare affacciata con qualcuno a chiacchierare gomito a gomito magari da un terrazzo. Ho diversi ricordi, ad esempio, legati a piacevoli chiacchierate con mia mamma nella nostra vecchia casa, ma anche in quella dove vive ora. Affacciarsi da sola è altrettanto bello. Ai tempi dell'Università, stavo con le amiche in un appartamento al quarto piano a Bologna e appena le giornate si facevano calde, mi affacciavo dalla finestra della mia camera. Dava sui tetti delle altre case e per me era un gran bell'affaccio. Ora purtroppo quel che manca al mio bilocale è proprio una cosa del genere...non mi affaccio mai dalle finestre, perchè la vista dei muri (si aprono tutte su un cortile interno) mi deprimerebbe...così preferisco "meditare nella natura", come fa Nicola. Ciao!
RispondiEliminaIn ogni appartamento ci sono i pro e i contro…in questo caso la mancanza di panorama è un aspetto negativo, ma suppongo ce ne siano molti di più positivi per la casa dove abiti a partire dal fatto che conta più l'interno che l'esterno. In effetti anche a me darebbe tristezza vedere di fronte solo muri…in tal caso meglio la meditazione passeggiando al parco o in luoghi naturali :-)
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